La violenza fisica contro le donne non è un capitolo del passato, ma, purtroppo, è una realtà feroce del presente.

Ogni giorno, infatti, possiamo leggere di corpi colpiti, strattonati, messi a tacere con la forza. Ogni giorno, infatti, possiamo leggere di violenza che prende per il collo, chiude nella stanza, trascina sul pavimento. Ogni giorno, infatti, possiamo leggere di visi sfregiati con l’acido – un gesto vigliacco, disumano – di femminicidi, atti estremi di possesso e annientamento.

Un’esecuzione che racconta, senza possibilità di equivoco, che per alcuni uomini la vita di una donna vale meno del loro orgoglio ferito.

Senza attenuanti e senza eufemismi, va quindi ricordato che la violenza fisica è un crimine, nonché un fallimento collettivo e uno scandalo civile, ma sarebbe un errore fermarsi qui, perché la violenza non è solo quella che lascia lividi sul corpo.
Esiste una violenza che si insinua silenziosa, che non esplode, ma sottrae, che non si vede, ma consuma: la violenza economica. Potremmo dire che il contrario della violenza economica sia la libertà economica o, forse, più semplicemente la libertà, senza aggettivi.

Liberiamo la libertà

Perché libertà non è solo uscire di casa: è poter comprare ciò che serve senza paura, poter lavorare, scegliere, progettare. È avere accesso al denaro che si contribuisce a generare, avere un conto, avere autonomia e chi esercita violenza economica questo lo sa bene.
Per questo la prima cosa che fa è togliere lo spazio: impedire un lavoro, negare ogni cifra, controllare ogni spesa.

La vittima è costretta a chiedere soldi anche per la spesa, a esibire scontrini come prove, a giustificarsi per un caffè, un farmaco, un regalo ai figli.
Capita che il suo patrimonio venga sottratto, che vengano aperti debiti a suo nome a sua insaputa.
È una prigione senza sbarre, ma non per questo meno reale.

E allora la domanda torna: perché soprattutto le donne?
Perché questa forma di violenza è riconosciuta come violenza di genere?

La risposta è nelle radici profonde: nella distribuzione ineguale del lavoro domestico, nei carichi di cura dati per scontati, nell’idea che il reddito maschile debba essere quello principale, nell’educazione di bambine gentilmente orientate alla rinuncia. È lì, nella cultura, che nasce la dipendenza. È lì che si alimenta il terreno fertile in cui la violenza economica può attecchire.

Ed è proprio per questo che la scuola – sì, la scuola – ha un ruolo decisivo.

Perché le materie umanistiche, più di qualunque manuale di economia domestica, insegnano a leggere i rapporti di potere, a riconoscere le parole che feriscono, i modelli che limitano, le narrazioni che giustificano la disparità. Insegnano che la libertà non è un dono ma una pratica quotidiana, che riguarda chi la esercita e chi la riconosce.

Il ruolo del 25 novembre

Il 25 novembre dovrebbe essere tutto questo: il giorno in cui guardiamo in faccia la violenza fisica, e in cui impariamo a vedere la violenza economica, che spesso preferiamo ignorare.

Il 25 novembre dovrebbe essere l’occasione per riflettere su entrambe perché
entrambe uccidono: una il corpo, l’altra la possibilità di vivere e nessuna delle due può essere tollerata.
Solo quando impareremo a riconoscerle, a nominarle per ciò che sono, allora forse potremo cominciare davvero – davvero – a combatterle il 25 Novembre e ogni giorno.

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