Ogni 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, il mondo si ferma per riflettere su un fenomeno che non accenna a diminuire. In Italia, i dati sui femminicidi nel 2024 raccontano una realtà drammatica: 88 donne uccise fino a oggi, per la maggior parte in ambito domestico e affettivo.
Nel nostro Paese, difatti, quasi nove femminicidi su dieci avvengono per mano di partner, ex partner o familiari. Questi delitti non sono semplici “crimini di rabbia”, ma espressioni estreme di una cultura patriarcale che considera la donna come una proprietà. I dati più recenti evidenziano che 24 donne sono state uccise da partner o ex partner solo nel primo semestre del 2024.
Nel mantovano, episodi tragici come l’omicidio di Maria Campai a Viadana scuotono le comunità locali, comprese realtà come Castiglione delle Stiviere, dove si intensificano gli sforzi per sensibilizzare e sostenere le vittime. Tuttavia, nonostante l’impegno di istituzioni e associazioni, i risultati sono ancora insufficienti per fermare questa spirale di violenza.
In questo contesto già difficile, le dichiarazioni del Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che ha posto l’accento sull’origine etnica degli assassini di donne, sono non solo fuorvianti, ma potenzialmente pericolose. Concentrarsi sull’etnia degli aggressori non affronta le radici del problema: il femminicidio non conosce confini etnici, sociali o culturali, perché è un fenomeno trasversale, alimentato da una mentalità patriarcale che permea ogni strato della società.
Attribuire il problema alla provenienza degli autori rischia di banalizzare un dramma che va ben oltre la questione migratoria. La violenza contro le donne nasce da una diseguaglianza di genere profonda, da una cultura che insegna il possesso anziché il rispetto. Puntare il dito contro una categoria di persone non solo distoglie l’attenzione dalle vere cause, ma può alimentare divisioni sociali e stereotipi, senza offrire alcuna soluzione concreta.
La lotta al femminicidio richiede interventi strutturali e una rivoluzione culturale. Servono infatti:
- Educazione di genere, che insegni il rispetto reciproco e smantelli stereotipi sessisti;
- Prevenzione concreta, rafforzando centri antiviolenza e strumenti come il Codice Rosso;
- Giustizia tempestiva, con pene certe e protezione reale per le vittime.
Solo attuando, di concerto, queste strategie il 25 Novembre guadagna un senso, anche e soprattutto per tutti i giorni che il 25 Novembre non sono.
La violenza contro le donne, infatti, sia chiaro che non è un’emergenza legata all’etnia, ma una ferita culturale che riguarda tutti noi. Continuare a ignorare le radici profonde del problema equivale a condannare altre donne alla stessa sorte e non possiamo più permettercelo.
Come ha detto una volta una sopravvissuta: “Non voglio che il mio nome finisca su una lapide per convincervi che avevo ragione.” La battaglia contro il femminicidio deve essere un impegno di civiltà, che vada oltre i confini della propaganda e arrivi al cuore della nostra cultura.
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