Ci sono date che dovrebbero essere simboli incisi nella carne viva di un popolo, capaci di resistere al logorio del tempo, e il 25 Aprile dovrebbe essere uno di questi. Il ricorso al condizionale, tuttavia, non è (tristemente) casuale, dal momento che, attorno a questo giorno di Aprile inoltrato, ogni anno, puntuale, il dibattito si riaccende.

Festeggiarlo o non festeggiarlo? Celebrarlo o non celebrarlo all’interno del nostro calendario civile?

Una disputa mesta, questa disputa meramente ideologica, come se la Liberazione fosse il privilegio di una parte politica e non il patrimonio di un popolo intero.

Come se il 25 Aprile non avesse rappresentato la voce roca di chi gridò “basta” quando sembrava impossibile farlo.

Come se il 25 Aprile non fosse stato il silenzio teso delle madri che salutarono i figli partigiani senza sapere se li avrebbero rivisti o, invece, il pianto di chi assistette all’orrore dei rastrellamenti e vide bruciare le case e i libri.

Come se il 25 Aprile non fosse stato anche il sorriso largo di chi, a guerra finita, poté alzare di nuovo la testa e realizzare che quei ragazzi partigiani non avevano combattuto per una bandiera, ma per la possibilità di alzarla senza dover chiedere il permesso.

C’è un paradosso, in fondo dolcissimo, in tutto questo: la libertà, per cui sangue è stato versato, è talmente generosa da garantire voce anche a chi, se potesse, la toglierebbe agli altri e questo è il segno della sua grandezza, non degno certo dell’oblio. Al contrario, ricordare è un dovere.

Ricordare che il fascismo non fu un’opinione: fu un regime.

Ricordare che la Resistenza non fu un errore: fu coraggio.

Ricordare che quei giovani partigiani – donne e uomini, studenti e operai, credenti e atei, monarchici e comunisti – non combattevano per un’ideologia, ma per la possibilità di scegliere un’ideologia o anche di rifiutarle tutte.

Questa è la festa che celebriamo e attorno cui, per i sopraelencati motivi, non dovrebbero esistere divisioni o contrasti.

Così inteso, infatti, il 25 Aprile non è un esercizio di nostalgia, ma un voto di gratitudine e, appunto, memoria, affinché nessuna dittatura – vecchia o nuova, armata o digitale – possa cancellare l’anima democratica di questo Paese.

Celebriamolo, dunque, unitamente e con la semplicità solenne delle cose vere: un fiore sul monumento, un racconto ai nostri figli o studenti e un pensiero a chi non c’è più, ma ci ha regalato il diritto di esserci, oggi, qui, liberi. E fieri di esserlo.

25 aprile 80 anni dalla liberazione

Approfondimenti

Webdoc di Rai Cultura: 25 aprile il giorno della Liberazione

Giovani resistenti: un podcast di Fondazione De Gasperi